Caro Michele,

Ho letto la tua lettera. Di commiato, di denuncia, di ammissione di limiti soggettivi e contestuali, che evidentemente hai sentito essere stati superati, o troppo inconsistenti.

Io di anni ne ho 36 e vivo anch’io adesso, ora. So cosa significa essere stato adolescente negli anni ’90, so cosa significa lottare per uno sguardo di riconoscimento, a vari livelli e in riferimento a vari tempi della mia vita. So cosa significa tremare per il precariato, anche se questo si chiama libera professione. So cosa significa lottare per un’affermazione. Di me, anzitutto come essere umano. Umano, prima di tutto. Analogie molto, troppo generali, lo so. I tuoi colori, i tuoi profumi, le tue storie non le conosco. Non conosco nemmeno il tuo viso.

Vedi Michele, ci stiamo lasciando andare, nella volgare trascuratezza di questi tempi, nella sciatteria dei nostri pensieri, nel superficialismo degli slogan, nella non volontà di ricerca, nella non comprensione della nostra rabbia e dei contesti avvelenati che costruiamo. Una rabbia che, mi azzardo, forse un po’ era anche la tua? Ci stiamo lasciando andare, incapaci di trasmettere l’importanza del farsi domande, della (auto)critica, senza che queste diventino pubbliche (auto)accuse quotidiane. Macigni da trasportare nel girone infernale dei mesi e degli anni. Vuoti, condannati, eterni.

Carne inerte, scriveva Pirandello.

Sono addolorato per la nostra solitudine. Per la tua, per la mia, per quella di tutti. Ah, se solo fossimo stati in grado di vederla prima, questa solitudine. Se solo i tempi, i luoghi, i contesti, se perfino la Storia ti avessero infuso sicurezza, speranza e fiducia, non avresti dovuto scrivere per salutarci.

Questo te lo devo dire, mio caro. Fai bene a denunciare una realtà sbagliata, a scoperchiare i sepolcri…ma perché hai dovuto occuparli tu?

È questo che non mi fa ac-cogliere il senso di una tua “libera scelta”. Se ti sentivi schiacciato dall’invidia, dal giudizio, dall’indifferenza, dallo scherno, dall’illusione, è un nostro problema. Cioè anche tuo. La vita e la morte sono i lati di una lama: entrambi possono ferire, far sanguinare, recidere vasi importanti. Entrambe possono fare stillare lentamente gocce di esistenza dalle nostre vene. È questa la nostra tragicità e, sono d’accordo, bisogna farsi le spalle forti per sostenerla.

Ci illudiamo di controllare. Con il potere ci ubriachiamo di illusioni di coerenza e di ordine, perfino nel nostro Sé. Tanto più ci si avvicina al vero, tanto più ci allontaniamo dall’idea di un’ “unità” conforme e coesa.

Dici che da questa realtà non si può pretendere niente. È vero, ma perché non riusciamo a vederlo, invero, come una liberazione? Non si può pretendere di essere amati, la sicurezza, un ambiente stabile, riconoscimenti, di avere un lavoro. Ma ne abbiamo bisogno per vivere, pur non potendolo pretendere.

Forse non abbiamo trovato altra strada che consegnarti l’idea di “pretendere”. È un nostro problema. Cioè anche tuo. Forse il tuo bisogno era così grande e così incolmabile. E non si sa per quale motivo il tuo sguardo non ne ha incrociato un altro, fino a sentire la sua assenza nella società intera.

Anche io, mio caro, non credevo che avrei mai potuto vivere tempi come questi. La consapevolezza ha ridestato fantasmi che credevo appartenessero solo ai libri di Storia.

Ci hanno consegnato così questo mondo? E noi?! Lì con le manine aperte ad aspettare la merenda?

Nessuno ti può costringere a farne parte, ma ti perdi una grande occasione. Ce la siamo persa tutti. E tutti dovremmo piangere amaramente perché muore un altro nostro figlio e fratello, come quelli sotto le bombe. Anche tu eri sotto le bombe, più bastarde perché invisibili e pronte a detonare tra le pieghe delle nostre famiglie e delle nostre culture.

Io credo nella possibilità di disegnare cerchi mutevoli, non gironi immobili. Cerchi virtuosi tra il mio sguardo e quello degli altri. Ci siamo portati, invece, sul confine del cerchio e, da lì, alla tua uscita dal cerchio. Incapaci di prenderti per i capelli…e forse ce li avevi pure tagliati troppo corti.

Volevi il massimo e i “no” ti facevano morire. Ci hai creduto fino in fondo a questa palla colossale? Che si può arrivare al massimo e che le regole, i confini, sono cazzate? Per fortuna, possiamo fare qualcosa, il “nostro meglio”, con il tempo e ciò che abbiamo a disposizione. Poco o tanto che sia è sempre qualcosa.

Ti è parso di poter dimostrare qualcosa, anzitutto il tuo “esserci”, solo così. Ma la tua rabbia è tale che, come scrivi, se non fai questo, finisce anche peggio. Cioè? Sarei curioso di sapere da te, dalla tua viva voce, in che modo potrebbe andare peggio di così.

Perché noi tutti non ci siamo legittimati a legittimarti? A legittimare anche questa tua rabbia, evitando che si riversasse vendicativa su di te e sulla carta, a sfregio delle nostre reciproche mancanze? Perché parli solo di imposizioni?

Quante domande mi si agitano dentro. Domande che non troveranno mai risposta, perché non ci sei più tu a rispondere. Perché solo con te, la tua verità sarebbe stata più vicina.
Senza, restano solo rabbia, rimorso e disperazione.

8 febbraio 2017

 

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